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Recuperi e rinascita
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La rinascita del borgo di pietra

L’architettura urbana del borgo di Labro si sviluppa lungo la collina su tre livelli: 
- le case di artigiani e contadini più in basso, 
- i palazzi signorili al secondo livello, 
- in cima l’antico villaggio fortificato, di cui oggi  rimane il torrione, il Castello Nobili e la Chiesa di santa Maria Maggiore, costruita sull’antica sala d’armi. 

Labro è stato il primo borgo del Lazio ad essere stato integralmente sottoposto a un restauro di tipo conservativo. Alla fine degli anni ’60, il paese antico, quasi completamente spopolato a causa della scarsa agibilità, fu scoperto dall’architetto belga Van Mossevelde, portatovi da Ottavia nobili Vitelleschi, che intraprese un’ardita opera di recupero urbanistico: utilizzando materiali e 
soprattutto, forme originali riuscì a ricostruire 
l’autentica atmosfera della rocca medievale
e renderla di nuovo viva. 

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Il salvataggio del Convento francescano 

Di fronte a Labro si trova l’ex Convento dei Francescani Osservanti. Lo stile è semplice, in linea con i valori francescani. Il primo insediamento religioso avvenne tra il 1639 ed il 1680 ad opera dell’ordine dei Francescani Osservanti, derivante da quei gruppi sorti subito dopo la morte di San Francesco, e caratterizzati dall'aspirazione a una vita ritirata e da un rigoroso controllo sull'uso dei beni. Il degrado del convento iniziò alla fine dell’800, quando il complesso fu dato in proprietà al Comune di Labro e i frati lo abbandonarono. Durante la Seconda guerra mondiale fu addirittura utilizzato dalle truppe tedesche come deposito.  Il progetto di restauro, a cura dell’architetto Fabio Pitoni, iniziò nei primi anni ’90 del Novecento. 

Non potendo ricostruire precisamente ciò che era stato, per rispetto delle parti antiche, i lavori di reintegrazione sono stati realizzati 
utilizzando il mattone, un materiale allo stesso tempo contrastante con la pietra delle parti originarie, ma non estraneo al complesso: esistevano già nella muratura alcuni inserti
 in mattone. 

“Le ferite debbono lasciare le loro cicatrici,
solo così le comunità possono mantenere viva la loro memoria”
Fabio Pitoni 

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