







Nella seconda metà del ‘400, dopo un’ennesima guerra con i signori di Luco per i confini territoriali, la famiglia de’ Nobili fu scomunicata da Papa Sisto IV per l’uccisione di un sacerdote avvenuta per mano di Giovanni de’ Nobili e perse la signoria di Labro, compreso il possesso dell’arroccamento nella parte alta del paese. La scomunica venne revocata solamente nel 1476.
In seguito alla scomunica, alla famiglia Nobili erano rimasti solo il titolo nobiliare e la cinta di mura dell’originario castello fortificato di Labro.
Così, tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500, Giordano de’ Nobili (1430-1510) fece edificare all’interno della cinta muraria il palazzo forte della famiglia. Le restanti parti del castello vennero demolite o riconvertite. L’altissima torre di vedetta fu abbattuta e la base, così come l’antica sala d’armi, fu incorporata nell’attuale complesso della chiesa di Santa Maria Maggiore con la sovrastante cappella.
L’edificio che si può visitare oggi a Labro è quello voluto da Giordano de' Nobili, con ulteriori interventi avvenuti nei secoli successivi, fino agli anni ’20 del XX secolo.


La storia della fondazione di Labro non è storicamente certa, la leggenda identifica Berardo degli Arroni come il fondatore del castello sul colle di Labro. Egli fra il IX e il X secolo scelse il borgo come sede della dimora per la sua famiglia. Probabilmente vi era già nella zona un insediamento romano o addirittura più antico.
Berardo fu soprannominato «il nobile di Labro» ed è da questo soprannome che derivò il cognome della famiglia Nobili, che per secoli ha governato il feudo e dominato il territorio, e i cui discendenti risiedono ancora nell’antico castello.


Nel 1575 con il matrimonio di Girolamo Nobili e Virginia Vitelleschi, ultima erede della sua famiglia, le due famiglie unirono i loro cognomi perché il cognome Vitelleschi non si estinguesse. Si fusero anche i due stemmi araldici: aquila imperiale e trota, simbolo del diritto di pesca su laghi e fiumi, (Nobili); gigli e vitelli (Vitelleschi). Oggi, i discendenti della famiglia Nobili Vitelleschi accompagnano i visitatori per le sale e gli spazi del loro Castello.
Nel ‘700 Francesco Nobili Vitelleschi fu nominato «Maestro da camera» dall’imperatore asburgico Carlo VI. Il sigillo dell’imperatore è ancora conservato nell’archivio di famiglia.
Nell’800 la famiglia era molto ricca, finché il nuovo ordinamento istituito da Napoleone non mise fine all’antico sistema feudale. Cadde anche la legge del maggiorascato, secondo la quale il primogenito ereditava tutto; da quel momento i beni andavano divisi tra tutti i figli. Bastò una generazione perché la famiglia perdesse la sua ricchezza. Alla fine dell’800 ai Nobili Vitelleschi restava ben poco dell’enorme patrimonio di un tempo.
Memorabile è rimasta la contesa per il possesso del monte Caperno, risolta nel 1298 da papa Bonifacio VIII che obbligò i Labresi a demolire la rocca che vi avevano edificato.




Il Castello è aperto alle visite,
per maggiori informazioni consulta il sito: https://www.castellodilabro.com/

Durante la Seconda guerra mondiale, Labro fu occupata dai tedeschi. I marchesi Pietro e Maria Giovanna Nobili Vitelleschi (nata Westergaard) facevano buon viso a cattivo gioco: erano soliti ospitare gli ufficiali tedeschi a mangiare nelle sale del castello, per mantenere dei buoni rapporti; mentre nelle cantine, lontani da sospetti, davano rifugio agli ufficiali e ai soldati inglesi.
Nel 1944, dopo che alcuni partigiani uccisero un ufficiale tedesco, ci fu un rastrellamento e diversi uomini di Labro furono catturati per essere fucilati. Pietro Nobili Vitelleschi si offrì di fargli passare la notte nel castello, tentando di temporeggiare. Nel frattempo, la marchesa Maria Giovanna, sua moglie, donna molto colta di origini norvegesi che parlava fluentemente diverse lingue, tra cui il tedesco, e abituata alla diplomazia, in sella alla sua bicicletta si diresse rapidamente a Piediluco dove convinse un ufficiale tedesco a seguirla a Labro e ordinare di sospendere la fucilazione.
Oggi la piazza in cui si sarebbe dovuta svolgere l’esecuzione dei partigiani è stata intitolata a Pietro e Maria Giovanna Nobili Vitelleschi proprio in memoria di questo episodio.

