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L’antico Lago Velino 
e la bonifica reatina
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Da San Francesco …

Labro venne fondata su un colle che in passato era bagnato dal grande bacino del Lago Velino, che si estendeva per tutta la piana reatina consentendo un collegamento via nave tra Rieti e Piediluco.
La presenza del lago nel medioevo fu una delle cause dell’incastellamento in cima ai colli, tipico della zona. Sulle antiche carte sono raffigurati i diversi sistemi di approdo dell’area, che rimasero funzionanti finché continuarono le frequentissime alluvioni, e cioè fino ai primi anni del Novecento. 
La presenza del lago ha portato ad un incredibile sviluppo dell’economia di palude: vi erano pescatori, allevatori di gamberi, traghettatori, tagliatori di canne, produttori di canapa. 
Il valore del pesce e della pesca è testimoniato anche nei numerosi stemmi araldici di importanti famiglie reatine; lo stemma dei Nobili Vitelleschi di Labro ad esempio presenta l’aquila pescatrice che ghermisce il pesce in acqua. 
Anche le fonti francescane testimoniano i numerosi viaggi compiuti da San Francesco sul Lago di Rieti per raggiungere Greccio.

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… all’ultimo traghettatore

A partire dal Cinquecento, con gli interventi voluti da Papa Paolo III e realizzati dall’architetto Antonio Sangallo, iniziò la fase di lavori per bonificare la campagna e renderla utilizzabile per l’agricoltura. La famiglia Nobili si impegnò molto nel sostenere questo progetto. Il problema delle alluvioni tuttavia persisteva.
Fino alla metà del Novecento, improvvisa e imprevedibile ma costante, anche due volte l’anno, la piana si riempiva fino a tornare alla sua originaria estensione. I cittadini si trasformavano in barcaioli, le strade in canali, chi poteva teneva la barca a fondo piatto ormeggiata in cantina, altri tenevano pronta la tinozza che potesse galleggiare in un metro o due d’acqua. Fino agli anni ’30 si poteva attraversare l’Agro Reatino per via lacustre. 

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Sisto Formichetti è stato l’ultimo traghettatore della Piana Reatina. L’ultima tratta è stata percorsa durante le alluvioni del 1958, tra Montisola e la stazione ferroviaria quando, nonostante le dighe sul Salto e sul Turano, la Piana Reatina risultò alluvionata per buona parte. Poi per altri dieci anni o più, ha continuato a traghettare tra la zona sud di Montisola 
(S. Maria) e Settecamini, traversando il Fiume Velino con una barca trainata a mano con un cavo tirato da una sponda all'altra. 

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Il nuovo paesaggio reatino

Solo a partire dai primi anni 30 si realizzarono i primi importanti lavori: il Canale di Santa Susanna, che garantì la bonifica di gran parte delle terre a nord della piana reatina, l’acquedotto del Peschiera che univa le sorgenti dalla valle del Velino a Roma e, soprattutto, la realizzazione delle dighe e bacini artificiali del Turano prima (alta 80 metri) e del Salto poi (alta 104 metri). 
Bonificata in questo modo la piana di Rieti, l’insediamento dell’area, la lavorazione agricola, il commercio e gli spostamenti furono più facili, a scapito però di tutti coloro che nel tempo si erano abituati alla naturale conformazione acquatica della zona, e avevano imparato a vivere sfruttandola, come i pescatori, i traghettatori, i barcaioli. 

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